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        Scrivo romanzi, “faccio” lo scrittore, almeno ci provo. Certamente tento di farlo bene, con cura e dedizione, come in fondo dovrebbe essere sempre. Non “faccio”, però, soltanto questo. Dalla polvere di alti scaffali, dagli angoli bui di magazzini abbandonati  inseguo capolavori dimenticati, assopiti sotto la coltre del tempo, rimasti soffocati dalle frenetiche ansie editoriali. Inseguo quelli che normalmente chiamano CLASSICI. Provo ad offrirgli nuova vita, tento di salvarli dall’oblio convinto che abbiano subìto un’ingiusta fine, sicuro che non abbiano resistito all’incuria degli anni per puro caso, bensì perché custodi di un magico sapere.   

La bellezza salverà il mondo (credo)

Avere qualcosa di importante da dire e non essere ascoltati è una condanna atroce, una colpa della quale non voglio macchiarmi e allora scovo libri, certi libri, bei libri.

Convinto che la lettura sia un’arte della mente e un’aspirazione dell’anima, confido che in ogni pagina si nasconda un seme pronto a germogliare, una radice in procinto di attecchire,  così da incastrarsi nell’ampio mosaico umano.

    Mantenere un occhio al passato e uno al futuro per affrontare una sfida che necessita di zelo e passione, utopia e coraggio, fiducia e aria dove vivere, crescere e proliferare nella logica del bene comune. Confidando su menti aperte all’universo, affacciate sulla cultura, vorrei intraprendere questo duro cammino e vorrei farlo assieme a tutta la curiosità dei lettori.

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Intervista di Alessandra Farro su "Leggere tutti"

«L’America, almeno quella letteraria, sbarca in Italia grazie al meticoloso impegno di Cesare Pavese, all’arguzia metodica, allo stoicismo oggettivo, alla prodigiosa psicologia con la quale scopre, anzi conquista, un Nuovo Mondo», spiega Pontuale.

Nella sua introduzione, ‘Il problema di vivere la vita’, racconta le stratificazioni dell’indole di Cesare Pavese, quale, tra le sue caratterizzazioni, rappresenta di più, secondo lei, l’anima di Cesare Pavese?
“La sua enigmaticità, Pavese è enigmatico. È un personaggio fatto di mille sfaccettature e, al tempo stesso, anche di contraddizioni che vive in se stesso, dentro di sé, e che riporta fedelmente ne ‘Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950’. In quel diario ci sono tutte le controversie che aveva con sé, dentro sé, e con il mondo circostante, quindi, quando penso a Pavese, lo leggo e lo studio, mi vengono in mente sempre termini come: enigmatico, labirintico, introverso. Era una scatola chiusa che conservava dentro mille dubbi e mille sorprese”.

Quindi l’opera che lo rispecchia di più è ‘Il mestiere di vivere’?
“Il diario è l’opera conclusiva, che poi non è un’opera ma un diario che scrive per quindici anni, ma ci spiega molto dei significati e dei simbolismi pavesiani. Questo ci permette di capire Pavese e la scelta di alcuni luoghi, di alcuni comportamenti dei personaggi, il loro modo di muoversi e di pensare. Il simbolismo di Pavese è molto simile, se non lo stesso, dei personaggi e delle situazioni sia dei suoi romanzi sia delle poesie, ma non è il più rappresentativo secondo me. Un libro che lo rappresenta molto bene, anche nei conflitti che lui aveva e che cercava di risolvere, è ‘La casa in collina’, che uscì insieme a ‘Il carcere’. Il primo è certamente quello che meglio spiega o meglio rappresenta i conflitti e le turbolenze dell’animo pavesiano, un libro in cui la resistenza, la guerra, la linea politica e la scelta politica sono tematiche che interessano e affliggono Pavese, delle domande a cui non riesce sempre a dar risposta, neanche quella che vorrebbe. Tutto il suo rapporto con la politica è conflittuale e difficilmente lo risolve, anche chi lo studia non riesce a cogliere il risultato di queste conflittualità, ma semmai il dubbio atroce che lo affligge. Pavese risolve la sua inettitudine con il lavoro estenuante, continuo, quello dello scrittore, del poeta, del traduttore, del redattore, quello che lavora tutti i giorni, arriva per primo ed esce che è notte, non fa vacanze, ma legge, corregge e traduce”.

Anche il suo rapporto con le donne è conflittuale, Lei scrive della ricerca costante di Pavese di figure femminili poco funzionali ai suoi bisogni.
“Le donne pavesiane sono figure di donne che sono molto lontane dal suo temperamento. Pavese, che è una persona schiva e riservata, modesta fino all’eccesso, sceglie donne che hanno o un grande impegno politico, come la partigiana, Battistina Pizzardo, detta Tina, oppure delle donne vive, come ballerine o attrici americane, oppure ancora donne culturalmente molto impegnate, come Fernanda Pivano. Figure che lo affascinano, ma con le quali difficilmente riesce a creare un legame amoroso. Lui, poi, è orfano, cerca una giovane figura di donna che sia materna, le sue pseudo-compagne sono lontane dalla figura di donna degli anni ’30. In questo Pavese assomiglia a Pasolini: il rapporto con la madre influenza anche la scelta femminile, in Pasolini anche sessuale”.

Quali, secondo lei, sono stati gli episodi a segnarlo maggiormente?
“Le donne e la politica. Il momento cruciale potrebbe risalire al 1935, quando Pavese viene mandato al confine, in Calabria, a causa di una perquisizione in casa sua, dove sono state trovate delle lettere compromettenti che dimostravano il suo antifascismo. Le lettere non erano neanche sue, ma di Tina, ma se ne attribuisce la colpa e va in esilio. Lo fa per lei, chiaramente, soffre moltissimo e comincia a scrivere il diario. Quella sofferenza così forte lo porterà a compiere un gesto che Pavese non si perdonerà mai: chiedere la grazia a Mussolini, non sopportando più quella condizione a cui era sottoposto. Mussolini gliela concede, ma questo gesto, che gli attribuisce un po’ di viltà anche agli occhi degli amici, non se lo perdonerà mai, poi ebbe la beffa di Tina, che intanto si era sposata. Questo esempio abbastanza concreto di Pavese dimostra la crepa dell’animo pavesiano sia rispetto alle donne che anche a quello che è il suo senso civile: il Pavese innamorato e quello impegnato”.

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«Anzitutto, è una storia di mare, e mai il mare tradisce la fantasia di Melville. È curioso come un'esperienza durata poco più di quattro anni e conclusa quando egli ne aveva ventisei, gli abbia invasa tutta l'anima, filtrando a interessarne le radici più segrete»

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